416 città fantasma nel mondo

416 città fantasma nel mondo

Triennale di Milano

Quest’estate le nivee pareti della Triennale di Milano accoglieranno dal 16 Luglio all’1 Settembre la mostra “Foresta Rossa: 416 città fantasma del mondo” ad opera di Velasco Vitali. La curatela di Francesco Clerici e Luca Molinari e la direzione artistica di Alexander Bellman fanno si che questa esposizione rappresenti per il pubblico l’occasione di sperimentare sensazioni inedite: una commistione perfetta tra arte e design, geometricità e materia, documentazione e spiritualità. Una mostra che attraverso la pittura sintetizza le riflessioni sviluppate nelle esposizioni precedenti, nelle quali si è consolidata la collaborazione tra il Gruppo C14 e l’artista lombardo. L’esposizione ci traghetta in una dimensione atemporale e quasi metafisica determinata da squarci urbani, soluzioni materiche e geometrie stranianti; la città nelle sue mutevoli sembianze si pone al centro dell’indagine artistica, antropologica e spirituale dell’opera di Vitali.

Una ricerca iniziata ormai quattro anni fa, censimento meticoloso documentato da immagini, schizzi e interventi che si snodano dalle stradine della Versilia con la mostra “Sbarco a Pietrasanta” per approdare nella sua terra d’origine in “Sbarco a Milano” e proseguire poi con “Foresta Rossa: Tutta la città è un isola e tutta l’isola è una città” tenutasi all’Isola Madre. Inoltre, in contemporanea alla grande mostra milanese si potranno ammirare le installazioni presenti tra l’Isola Madre e Verbania, prolungate in risposta al successo ottenuto nel corso del 2012. Dopo un lungo periodo di sperimentazione durante il quale l’artista ha esplorato le potenzialità dell’immagine filmata, fotografata e plasmata, è sorta per lui la necessità di tornare alla pittura: l’esposizione alla Triennale si compone così di 30 grandi tele realizzate con tecniche miste che variano dall’olio allo smalto.
Nelle opere riemerge la luce del Nord sporcata dall’iridescenza del Sud, 416 città del mondo, visioni lontane: “Città non identificabili. Geometrie che occupano l’orizzonte. Forme che potrebbero ricordare a volte le case, a volte le serre, a volte le tendopoli, oppure le favelas. Il quadro racconta questa ambiguità”.

La distanza rappresenta infatti per l’artista l’inquadratura favorita, l’unica in grado di provocare lo spaesamento che conduce lo spettatore alla desolante visione di questi luoghi fantasma. Città abbandonate nelle quali si può essere liberamente clandestini, randagi e insolenti.
Come pellegrini che si dirigono verso l’oracolo, percepiamo l’aura di questi luoghi seguendo il percorso espositivo calibrato e soppesato dalla raffinata opera di Gruppo C14;
l’utilizzo della luce naturale proveniente dagli alti lucernari, insieme a proiettori di luce artificiale sapientemente studiati per contrastarne in maniera non evidente volubilità e variabilità, concorre alla creazione di un ambiente dal forte carattere metafisico.
Affacciandoci alla prima sala veniamo introdotti all’interno di uno spazio ieratico nel quale si sviluppa la fase analitica e didascalica della mostra: vi è imbandito un lungo tavolo dove si alternano disegni, schizzi e proiezioni, che ci narrano il viaggio introspettivo e sensoriale dell’artista. Un archivio visivo collocato su una superficie lunga circa 20 metri, sul quale scopriamo il disegno puntuale della luce che delinea un percorso preciso e raccolto, nel quale, con un ritmo incalzante, si dipingono suggestioni nella mente del fruitore.

Un netto taglio trasversale ci introduce poi alla seconda parte della mostra, alla quale si accede attraverso 2 ingressi posti alle estremità della sala: l’occhio è inevitabilmente calamitato e affamato di scoprire ciò che trova dietro la parete centrale per iniziare ad esplorare la foresta.
L’ambiente rassomiglia ad un sito megalitico ormai disseminato, che contribuisce a trasmettere al visitatore la sensazione di trovarsi in un luogo senza tempo: un ambiente di un candore quasi accecante, delimitato da 2 setti bianchi di 5 metri di altezza, perpendicolari rispetto agli assi ortogonali che determinano la struttura, sui quali sono affisse le tele sospese a 2 metri dal suolo.
Come in una radura, l’uomo cacciatore osserva ciò che lo sovrasta, per poi perdersi nella forza spirituale dei Menhir: la caratteristica dimensionale delle opere pittoriche di Velasco è protagonista, e dà vera vita ad un’installazione in cui la purezza dell’involucro espositivo e della luce naturale si sintetizzano in un momento decisamente evocativo.
Gruppo C14 sviluppa un attento progetto sull’idea di questi luoghi fagocitati dalla modernità, fulcro della ricerca dell’artista, e la illustra attraverso un allestimento dotato di totemica poesia.

Info

  • Data : 20.07.2013