Corporate Investment Banking

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Piazza Gae Aulenti, Milano

Un grattacielo, quartier generale della finanza milanese, un fronte vetrato da pavimento a soffitto, dove definire in pochi metri quadri un luogo tanto privato quanto confortevole, il cui perimetro individui quella che più comunemente viene chiamata meeting room, e alla quale noi abbiamo invece voluto dare il significato di “sfida”. Si, perché con questi presupposti, e rifacendosi alla tanto celebrata citazione “LESS IS MORE” di uno dei maestri dell’architettura del ‘900, sarebbe stato sufficiente arredare con gusto e criterio quest’area, totalmente affacciata su una Milano di recente rinnovata, dividendola in due spazi con una qualche raffinata soluzione a quinte mobili, e un’illuminazione adeguata all’inondazione di luce naturale che l’edificio per sue proprie caratteristiche determina. No. Le memorie di un’attitudine “autolesionistica” che contraddistingue il nostro metodo, il principio della negazione di tutto ciò che è scontato ed ovvio come fondamenta delle nostre “tempeste di idee”, ci ha condotto molto velocemente alla necessità di definire uno spazio nuovo, all’opportunità di proporre non solo il design di un luogo, ma di determinare anche il “design” ( perdonate la licenza, ma rende ) del modo in cui viverlo. Stabilire nuovi criteri di relazione tra volumi e persone, in un contesto, quello delle transazioni commerciali e degli accordi finanziari, che quasi sempre è vincolato a prassi stilistiche consumate dal tempo, a cui è più semplice sottostare piuttosto che imporsi, per non turbare processi abitudinari e consolidati in anni di costante e funzionale attività. L’incipit è stato generato senza dubbio dall ’imponente volume vetrato, che troppo spesso diventa un assunto scontato, per la natura dell’edificio e per le sue caratteristiche intrinseche. Così abbiamo immaginato un secondo livello dal quale osservare, più interno, che potesse inquadrare questa enorme vetrata con un punto di vista nuovo.

Una sorta di cornice che delimitasse l’esterno, e che ci permettesse di leggere la facciata come un elemento concreto, non solo come una finestra, evidenziandone il valore, permettendo di percepirne le caratteristiche e mettendone a fuoco, con più chiarezza, le qualità. Una lente, che abbiamo immaginato, come naturale conseguenza di un processo visivo che tenda a mettere a fuoco, tenuta insieme da una struttura chiusa, una scatola che invochi a quella privacy e riservatezza che è stato il principio del brief affidatoci. E’ stato naturale e fluido il percorso che ci ha portato a pensare che questo luogo sarebbe diventato, molto semplicemente, l’astrazione di un cannocchiale. La struttura, leggermente rialzata, come sospesa, avulsa dalla stanza che la accoglie, diventa intima e privata a secondo dell’atteggiamento di chi la vive, offrendo un ulteriore scorcio anche sull’interno e mettendo così in relazione la città stessa con le stanze più lontane dalle superfici vetrate del piano. Il sistema di luci a soffitto “Giunco” ( proprio perché ispirate ai rami della nota pianta ) , modulabile attraverso quello che potrebbe sembrare un esercizio zen, permette ancor di più agli ospiti di appropriarsi non solo fisicamente ma anche emotivamente di questi spazi, gestendone disposizioni, atmosfere e relativi stati d’animo. Sfida vinta? non sta ovviamente a noi determinarlo, la certezza è che, come sempre, le nostre giornate sono sfociate, ancora una volta, nella notte più profonda. Ma a noi piace così.

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  • Data : 30.06.2015