Astroganga

Astroganga

Non ci sono informazioni certe su quale sia l’origine della parola Astroganga, ma con buona probabilità la sua derivazione potrebbe essere giapponese. Venne utilizzata per la prima volta nel 1972, nella sua dizione originale: Asutoroganga, da Tetsuhisa Suzukawa, autore dell’omonima serie televisiva che andò in onda dall’Ottobre del 1972 a Marzo 1973 su Nippon TV e che fu la prima serie robotica a colori, vera pioniera del genere. La trama della serie non è particolarmente avvincente, ma il robot protagonista, Astroganga appunto, ha una natura per noi illuminante: “una specialissima forma di metallo vivente”, generato da un lingotto metallico alieno dotato di un motore dorsale.

Astroganga è però un robot senziente, questo grazie allo stato simbiotico nel quale assimila la sua guida umana, fase in cui compie azioni a difesa della terra. Il processo di fusione tra Astroganga e la sua guida avviene attraverso un raggio di luce proveniente proprio dalla corazza dell’androide.

In 140 mq: 20 mq di cuoio, 2000 kg di acciaio, 2 km di cablaggi, 24 ml di strip led, 352 predisposizioni, 88 faretti custom made, 44 microfoni, 22 monitor, 12 diffusori audio, 8 telecamere, 4 videoproiettori; è piuttosto scontato attribuire una relazione creativa tra l’androide e la complessa architettura che descrive questo oggetto.

Le suggestioni alla base del progetto Astroganga potrebbero essere molteplici e in seconda analisi, valutando un aspetto più funzionale ma non per questo meno evocativo, la genesi di questo oggetto si potrebbe rifare al tema dello scrittoio, della postazione individuale di lavoro, un ambito raccolto e determinato: di studio, lavoro, riflessione e sintesi. Sebbene il tavolo in oggetto offra 44 postazioni, ognuna di queste è ben evidente che sia stata concepita e strutturata per avere una sua ragion d’essere. Fogli di acciaio che danno vita a corpi illuminanti e piani di lavoro, un piano in metallo che si apre in una rift luminosa al centro della sezione annegata nel suolo da cui sembra sorgere e che gli dà vita.

Una terza origine potrebbe essere attribuita all’ambito nautico, lo scafo abbandonato di una cocca approdata su una costa lontana e mai più ripartita e di cui ormai è visibile solamente l’opera morta.

Un ultimo riferimento accreditato, vuole riferire l’Astroganga alla lisca di un pesce, di cui non si conoscono però né origini né caratteristiche.
La natura della sala in cui troviamo Astroganga non aggiunge nozioni utili alla comprensione della natura dell’oggetto. Le pareti che disegnano lo spazio sono foglie dal carattere monumentale, evidente omaggio alle opere di Richard Serra, l’utilizzo del noce canaletto conferisce matericità ai fronti esterni in contrapposizione alla morbidezza e alla perfezione impalpabile del guscio interno che racchiudono. L’andamento dei flussi che generano è volutamente armonioso e fluido, la sensazione è di un luogo etereo, al quale attribuire molteplici rimandi, strumenti tecnologici si incontrano con altri che nascono dalla tradizione in uno stato simbiotico in cui la mera funzionalità assimila “una specialissima forma di metallo vivente”.

Un ringraziamento speciale va a Siciliano Arredamenti, Luca e Roberto, che si sono occupati della produzione e dell’installazione del tavolo e che ci hanno sostenuto in ogni fase del progetto con grande professionalità e passione, come del resto fanno sempre.
Per la realizzazione delle componenti illuminotecniche dedicate, un altro sentito ringraziamento va a Mario Nanni di Viabizzuno, per il suo eccezionale supporto e per il contributo di altissimo livello che da sempre contraddistingue l’azienda.

Info

  • Data : 04.03.2014